A primo impatto, ancor prima di iniziarne la lettura, ho pensato che fosse "audace". Si tratta, in sostanza, della tesi di laurea di un giovane antropologo. L'audacia a cui mi ha fatto pensare risiede nel fatto che in primis nel nostro mirabolante sistema di studi una tesi "sul campo" ormai è una rarità. In secondo luogo il fatto che sia una tesi in antropologia vissuta in prima persona è quasi un che di sfacciato, intollerabile nel mondo degli accademici e in particolare tra gli antropologi.
La materia di cui tratta è l'utilizzo, a Takiwasi, comunità peruviana nei pressi dell'alta selva peruviana, dell'ayahuasca e di tutta l'esperienza dei curanderos locali per curare le dipendenze da droga e alcool.
All'occhio (spento) dell'occidentale medio ciò potrebbe essere considerata una contraddizione in termini. Come? Curare una droga con la droga?
E' così. Ovvero, toccherebbe dissertare del concetto di droga e della sua connotazione negativa tutta occidentale. Federico Giudici, l'autore, parte proprio da queste precisazioni concettuali e sociali (o meglio politiche) prima di iniziare il racconto della sua esperienza a Takiwasi.
Segue, poi, la narrazione del suo soggiorno nel centro. Volutamente si sottopone alle stesse cure dei residenti (che non si chiamano, giustamente, pazienti).
La sua scelta mi ha fatto venire in mente un altro libro che sto leggendo: "Sciamani" di Graham Hancock. Per farla breve, quando Hancock si trova a intervistare David Lewis Williams, professore di archeologia cognitiva sudafricano, rimane stupito. Lewis Williams "sostiene che i primi pensieri sull'esistenza di regni ed esseri soprannaturali, le prime idee religiose su di essi, le prime arti che le rappresentano, e le prime mitologie che ne parlano, derivano tutti dalle esperienze di sciamani in preda alle allucinazioni". Hancock, dunque, in ragione delle sue ricerche, va a intervistare l'emerito professore e, tra le altre cose, gli chiede se abbia mai assunto sostanze e sperimentato sulla sua persona stati alterati di coscienza. La risposta fu negativa. Vi riporto testualmente: "...mi confessò di essere troppo ossessionato dal controllo per indursi la trance danzando o suonando percussioni...e che sicuramente non avrebbe preso droghe psicoattive. <Perchè no?> gli chiesi...<non voglio friggermi il cervello e francamente non sono minimamente interessato a questo tipo di esperienza>
Ecco, Lewis Williams non è un eccentrico caso isolato. Lui rappresenta perfettamente la posizione di gran parte degli accademici. Ma come è possibile studiare la materia umana, che sia lo studio delle strutture dei primissimi uomini che abitarono la terra o che sia lo studio dell'antropologia, che, proprio dell'uomo ha il suo oggetto di studio, senza calarsi nei loro panni, nei loro occhi? In genere questo è considerato poco professionale o addirittura fuorviante. E come è possibile studiare, dunque, le visioni che le sostanze psicoattive hanno da sempre regalato all'umanità "dal di fuori"? Per me questo è sempre stato un abominio concettuale. Ma questa, pare, sia la normalità.
E' , quindi, con questo spirito che leggendo la narrazione di Federico Giudici sono rimasta piacevolmente stupita che un giovane ricercatore abbia avuto questo "coraggio" (o, meglio, questa onestà intellettuale).
Tralascio, ovviamente, la dissertazione sulle modalità di cura del centro a chi volesse leggere il libro, ma il fulcro della terapia risiede nell'espansione della coscienza. Allargando i confini della propria coscienza ci si libera dalle corazze restringenti delle proprie dipendenze. E il metodo è quello antico, arcaico degli ayahuasqueros amazzonici. E le percentuali di guarigione sono altissime.
C'è molto su cui riflettere, dalle politiche proibizioniste degli stati occidentali, alla ricerca di un se stesso più autentico grazie alla "cura" antica, al riconquistare il rapporto uomo-universo che l'attuale umanità ha colpevolmente abbandonato.
Insomma, libro consigliato, ma astenersi portatori di paraocchi.

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