martedì 15 gennaio 2013

Donna?

Stamattina rimuginavo. Non che di solito non sono usa rimuginare, ma stamattina rimuginavo in modo "tematico".Complice una notte tormentata, in cui un minipimer interiore mi centrifugava budella e pensieri. Insomma pensavo al potere in mano alle donne, a più donne in politica, più donne nelle imprese. Questo imperativo "additivo" che fa sentire molto evoluti pensatori ed opinionisti: "ci vorrebbero più donne qui, più donne là, sarebbe molto diverso se comandassero le donne..."

Ecco, sono una donna, mi dovrei sentire lusingata, attratta da questa nuova prospettiva. E no! Manco lontanamente. Donna al potere, donna al comando mi provoca istintivamente repulsione e orrore.
Il potere, il potere come la società occidentale lo plasma ,è maschio, anzi, machista, prevaricatore, privo di scrupoli, machiavellico nel suo giustificare i mezzi.
E quale ambizione superiore sarebbe quella di tendere anche solo al gradino più basso di questa piramide? Quale soddisfazione in tutto questo?
E le vedo le donne al potere. Mi fanno orrore. Doppiamente orrore. Orrore per essersi perfettamente integrate in questa logica, estremamente a loro agio nei giochi e giochetti, studiano per prepararsi, studiano per atteggiarsi, studiano e faticano e sacrificano vita ed energie proprie ed altrui.
E orrore perchè sono "più brave degli uomini a fare gli uomini". Assurgono a vette altissime di arrivismo, pronte a tagliare la gola sociale a chiunque si frapponga, meglio ancora altre donne. C'è più gusto.
Ed eccole esternare narcisisticamente appagate quanto è duro per una donna "farsi strada". Come crociati in terra santa col vessillo dell'arrivismo e della falsità sempre in alto. Meglio di un uomo. Bravissime!

Mi ripugnano le quote rosa. Sia perchè detesto l'equazione rosa=donna, sia perchè porzionare la società moderna e le sue funzioni direttive  in base al proprio corredo cromosomico è ridicolo.
Servirebbero la saggezza, l'esperienza, l'autorevolezza, l'empatia, l'intelligenza, la creatività. Che hanno a che fare con un macho in pantaloni o uno con i tacchi?

Se si evitassero oziose battaglie sull'uguaglianza dei sessi,  estenuanti allenamenti alla competitività, discorsi in malafede su quanto è giusto il potere, forse l'umanità avrebbe tempo di guardare al proprio lato femminile e al proprio lato maschile, quelli insiti in ciascuno di noi. E si fermerebbe a coltivare, e spesso a fare pace, con entrambi. E, forse, nel migliore dei mondi possibili, a scoprire che il potere non serve.



giovedì 10 gennaio 2013

Il risveglio dell'intelligenza

Uno spazio, o una scatola come mi piace definirla, che racchiuda piccole cose che mi toccano non può non contenere un infinitesimo frammento del pensiero di un grande uomo, Jiddu Krishnamurti.
E' una di quelle anime che attraversano questo mondo lasciando un segno, facendo storia e non la storia che ci propinano, fatta di guerre, nazioni, pseudo civiltà, ma la storia dell'evoluzione del pensiero umano.

Vi sottopongo la visione di un documentario fatto dalla televisione svizzera, facente parte di una serie chiamata "Il filo d'oro".

Vale la pena di spendere un'ora del proprio tempo a fermarsi ad ascoltare ciò che Krishnamurti comunicava all'umanità.






mercoledì 9 gennaio 2013

Less is better

Divagando, ma non troppo, oggi pensavo a quante cose sono veramente necessarie.
Già da tempo il mio compagno ed io abbiamo scelto "sentieri poco battuti", non per una sorta di snobismo, ma naturalmente, ovvero seguendo le nostre tendenze. Quelle nostre, non quelle indotte.
E' come mangiare delle ciliegie: una tira l'altra.

Fin dall'inizio abbiamo abolito il televisore, elettrodomestico pressochè inutile e dannoso. Ci annoia, ci disturba. Al punto che più e più volte ci siamo sorpresi di quanto siamo diventati sensibili a quello che esce dalla "scatola parlante". Andando in case in cui le persone più svariate sono abituate a tenere il televisore acceso in una sorta di perenne ninna nanna anestetica la nostra attenzione alle persone decade, continuamente disturbata dal flusso di immagini e chiacchere che proviene dalla scatola. Ma come fanno gli altri a non sentirsi male? A non capire il potere disturbante? Come si fa a interagire, parlare, comunicare o semplicemente concentrarsi su ciò che si sta facendo se si viene bombardati da parole e immagini? Io, poi, divento letteralmente isterica dopo poco che sono in un ambiente del genere.

Il capitolo cibo, poi, meriterebbe una trattazione a parte, ma volendo oggi solo fare una ipotetica lista, mi fermerò semplicemente a descrivere come mangiamo, che, di conseguenza, influisce sul cosa mangiamo.
Mangiamo scegliendo ciò che non ha subito processi/distorsioni/interventi umani non necessari. In soldoni si potrebbe riassumere nel fatto che mangiamo Bio, ma vorrei chiarire che non siamo dei radical chic dell'ultima ora. Anzi, fortemente influenzati da uomini del calibro di Masanobu Fukuoka, pensiamo che mangiare i prodotti naturali della terra come naturalmente e spontaneamente la terra ci dona sia quasi una asserzione elementare. E, come lo stesso Fukuoka ci insegna, ci stupiamo costantemente che prodotti stagionali e coltivati in modo naturale costino di solito il triplo delle aberrazioni che troviamo quotidianamente nei nostri supermercati, frutto di una serie di interventi chimici di per se inutili e dannosi. E proprio per questo ci siamo dati da fare per non cadere nel marketing inverso. Ovvero nel dover spendere soldi in più per cercare prodotti che in pratica contengono meno (sostanze dannose, pesticidi, multinazionali all'opera). E, quindi, grazie al fato e alla capacità di mettersi in cerca, non compriamo in negozi bio verdure vendute al carato, ma facciamo parte di un gruppo di aquisto solidale (GAS) e prendiamo dai produttori locali a meno del prezzo di un supermercato.
Da qualche mese, poi, non mangiamo carne e latte. Altro argomento che meriterebbe e, forse, avrà, una trattazione a parte. Sempre stringatamente, questa scelta è frutto di compassione, nel puro senso etimologico di "soffrire con". Non riesco a mangiare un animale che ha sofferto ed è morto allo scopo di nutrirmi. Non posso. E non bevo del liquido che è stato prodotto dalla mucca per nutrire il suo cucciolo. Il latte di mucca serve alle mucche. E l'essere umano adulto non ha bisogno di latte, suo o di altri. L'essere umano è quel folle che pensa che, diventato adulto, abbia ancora bisogno di un nutrimento che nei mammiferi sta lì apposta per sostenerli nella loro fase di crescita.
Infine il pane, quello vero, ce lo facciamo da soli, con la nostra pasta madre nata ai primi del '900, che, insieme agli innegabili vantaggi, racchiude in se anche un che di poetico...

Per lavarci e lavare usiamo solo prodotti compatibili con l'ambiente, che non siano frutto di torture ai danni di altri essere viventi e, il più delle volte autoprodotti. E anche qui, evitiamo tutto ciò che è marketing inverso (crema per questo, prodotto per quello etc etc) considerando moltissimo la saggezza antica. Per cui oli, burro di karitè et similia non hanno bisogno di essere iperlavorati per essere efficaci. Lo sono e basta e non paghiamo inutili e talvolta dannosi "orpelli moderni" .

Siamo, anche, dei pessimi clienti per medici. In quanto, grazie soprattutto al mio saggio compagno, cerchiamo nei rimedi naturali fitoterapici ciò che ci serve. Le nostre amiche piante, amiche in mille modi diversi.

Visti così possiamo sembrare costantemente affaccendati alla ricerca di prodotti e beni, ed, invece, siamo assolutamente meno persi dietro al marketing, facciamo scorte di prodotti stagionali, raramente mettiamo piede in un supermercato (che a me provoca molto spesso un senso di nausea) e cerchiamo di "pensare"e non di subire.

Insomma, dei sociopatici disadattati se confrontati alla normalità vigente. Ma va bene così, forse perchè, in fondo, di essere normali proprio non ci riesce. E non in una sorta di ribellione adolescenziale postuma del dover fare l'esatto contrario di quello che ci si chiede. E' che proprio non capiamo la ragione e l'utilità di ciò che ci si richiede per essere "performanti" e adeguati in questo mondo moderno. Il valore dell'esperienza, del confronto, dell'empatia questa modernità non lo vende, e, anzi, tende a sopprimerlo.

Siamo, in fondo, degli allegri sociopatici resistenti, surfisti della civiltà moderna, pronti a grandi equilibrismi quando arriva l'onda della normalità.




martedì 8 gennaio 2013

La medicina della selva

Ho da poco finito di leggere questo libro.
A primo impatto, ancor prima di iniziarne la lettura, ho pensato che fosse "audace". Si tratta, in sostanza, della tesi di laurea di un giovane antropologo. L'audacia a cui mi ha fatto pensare risiede nel fatto che in primis nel nostro mirabolante sistema di studi una tesi "sul campo" ormai è una rarità. In secondo luogo il fatto che sia una tesi in antropologia vissuta in prima persona è quasi un che di sfacciato, intollerabile nel mondo degli accademici e in particolare tra gli antropologi.
La materia di cui tratta è l'utilizzo, a Takiwasi, comunità peruviana nei pressi dell'alta selva peruviana, dell'ayahuasca e di tutta l'esperienza dei curanderos locali per curare le dipendenze da droga e alcool.
All'occhio (spento) dell'occidentale medio ciò potrebbe essere considerata una contraddizione in termini. Come? Curare una droga con la droga?
E' così. Ovvero, toccherebbe dissertare del concetto di droga e della sua connotazione negativa tutta occidentale. Federico Giudici, l'autore, parte proprio da queste precisazioni concettuali e sociali (o meglio politiche) prima di iniziare il racconto della sua esperienza a Takiwasi.
Segue, poi, la narrazione del suo soggiorno nel centro. Volutamente si sottopone alle stesse cure dei residenti (che non si chiamano, giustamente, pazienti). 
La sua scelta mi ha fatto venire in mente un altro libro che sto leggendo: "Sciamani" di Graham Hancock. Per farla breve, quando Hancock si trova a intervistare David Lewis Williams, professore di archeologia cognitiva sudafricano, rimane stupito. Lewis Williams "sostiene che i primi pensieri sull'esistenza di regni ed esseri soprannaturali, le prime idee religiose su di essi, le prime arti che le rappresentano, e le prime mitologie che ne parlano, derivano tutti dalle esperienze di sciamani in preda alle allucinazioni". Hancock, dunque, in ragione delle sue ricerche, va a intervistare l'emerito professore e, tra le altre cose, gli chiede se abbia mai assunto sostanze e sperimentato sulla sua persona stati alterati di coscienza. La risposta fu negativa. Vi riporto testualmente: "...mi confessò di essere troppo ossessionato dal controllo per indursi la trance danzando o suonando percussioni...e che sicuramente non avrebbe preso droghe psicoattive. <Perchè no?> gli chiesi...<non voglio friggermi il cervello e francamente non sono minimamente interessato a questo tipo di esperienza>
Ecco, Lewis Williams non è un eccentrico caso isolato. Lui rappresenta perfettamente la posizione di gran parte degli accademici. Ma come è possibile studiare la materia umana, che sia lo studio delle strutture dei primissimi uomini che abitarono la terra o che sia lo studio dell'antropologia, che, proprio dell'uomo ha il suo oggetto di studio, senza calarsi nei loro panni, nei loro occhi? In genere questo è considerato poco professionale o addirittura fuorviante. E come è possibile studiare, dunque, le visioni che le sostanze psicoattive hanno da sempre regalato all'umanità "dal di fuori"? Per me questo è sempre stato un abominio concettuale. Ma questa, pare, sia la normalità.
E' , quindi, con questo spirito che leggendo la narrazione di Federico Giudici sono rimasta piacevolmente stupita che un giovane ricercatore abbia avuto questo "coraggio" (o, meglio, questa onestà intellettuale).
Tralascio, ovviamente, la dissertazione sulle modalità di cura del centro a chi volesse leggere il libro, ma il fulcro della terapia risiede nell'espansione della coscienza. Allargando i confini della propria coscienza ci si libera dalle corazze restringenti delle proprie dipendenze. E il metodo è quello antico, arcaico degli ayahuasqueros amazzonici. E le percentuali di guarigione sono altissime.
C'è molto su cui riflettere, dalle politiche proibizioniste degli stati occidentali, alla ricerca di un se stesso più autentico grazie alla "cura" antica, al riconquistare il rapporto uomo-universo che l'attuale umanità ha colpevolmente abbandonato.
Insomma, libro consigliato, ma astenersi portatori di paraocchi.


Tanto per iniziare...

...c'è poco da dire. Ovvero che in questa scatoletta metterò di volta in volta ciò che mi interessa di più nel quotidiano. Niente pensieri "alti", ma piccole cose. Una ricetta, un libro, uno sguardo alla nostra madre terra. Insomma, l'infinitamente piccolo.